Il carcinoma della prostata

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prostataMentre fino alla prima metà del secolo scorso il cancro alla prostata veniva considerato raro, oggi ha assunto una incidenza elevatissima, piazzandosi al secondo posto per mortalità dopo quello del polmone. Le cause di questo incremento sono attribuibili in prima istanza all’affinamento delle metodiche diagnostiche ed all’incremento della vita media della popolazione maschile, che in Italia è fra le più alte al mondo, seconda solo al Giappone. Le cause sono in gran parte sconosciute: esso è infatti il risultato di più fattori quali la predisposizione genetica e familiare, gli ormoni, la dieta ed i fattori ambientali. E’ di più frequente riscontro dopo i cinquant’anni, molto raro al di sotto dei quarantacinque. Il tasso di incidenza è di 160 casi per 100.000 abitanti. La familiarità e stata dimostrata in molti studi: il figlio di un padre affetto dal cancro prostatico ha circa il 50% di probabilità in più di svilupparlo a sua volta, ancor peggio se ne è affetto un fratello. In alcuni studi autoptici condotti in diverse nazioni su uomini deceduti per altre cause, si è individuato il tumore alla prostata nel trenta per cento dei cinquantenni e nell’ottanta per cento degli ultrasettantenni. Infatti molti individui affetti da questa patologia non ne manifestano alcun sintomo sopraggiungendo la morte per vecchiaia o altre cause, prima dell’esplicitarsi dei sintomi della sua presenza. Non sembra esserci una relazione fra il tumore e la frequenza dei rapporti sessuali, mentre sembrerebbe esserci fra questo ed una prostatite cronica o infezione da Clamidya, Gonococco o Sifilide. Anche l’obesità (forse per un aumentato apporto dietetico di grassi) sembra essere un fattore di rischio aggiunto.
Per questi motivi è obbligatorio lo screening per il tumore della prostata (similarmente alla mammografia ed al PAP test per le donne) dai 50 anni di età, consistente nella visita specialistica urologica e nel dosaggio del PSA totale. Prima di questa età è consigliabile solo nei soggetti con storia familiare positiva.
La visita urologica, oltre alla valutazione degli organi ipocondriaci e dei genitali esterni, comprende l’esame digito-rettale, il quale è in grado di valutare la parte posteriore della prostata, dove prende origine più dell’85% dei tumori; l’ecografia transrettale ci viene in ausilio nei casi dubbi e per valutare l’interezza della ghiandola ed i suoi rapporti con le strutture vicine.
Il PSA è un enzima prodotto dalla prostata ed il suo dosaggio si esegue mediante un prelievo di sangue. Qualora il PSA risulti essere superiore al valore soglia o anche se al di sotto dello stesso ma sia aumentato immotivatamente in un periodo limitato di tempo, il sospetto di trovarci di fronte al tumore diventa più plausibile. E di sospetto si deve parlare; il PSA ci dà delle mere indicazioni senza tuttavia esprimerci una certezza diagnostica: potremmo trovarci di fronte ad un tumore prostatico in atto con normali valori di PSA, o rilevare un elevato PSA in soggetti senza tumore ma per esempio con una prostatite o con una ghiandola di notevoli dimensioni . Da qualche anno viene prescritto un altro marker del carcinoma prostatico, il PCA3 (prostate cancer gene 3). Il suo dosaggio risulterebbe utile solo in pazienti selezionati, magari già sottoposti a biopsia, a fini prognostico/terapeutici, ma allo stato attuale molto spesso risulta superfluo.
Quando esiste il fondato sospetto di trovarsi di fronte ad un tumore della prostata (per un immotivato aumento del PSA o per un anomalo riscontro all’esame rettale), si esegue per conferma la biopsia, cioè il prelievo di diversi (10-18) frammenti di tessuto per l’esecuzione dell’ esame istologico. L’ecografia trans -rettale, la TAC e la scintigrafia ossea ci sono di ausilio nella completezza diagnostica che sempre serve ad ottimizzare l’approccio terapeutico.
Il trattamento del tumore prostatico è variabile a seconda di molteplici fattori: l’età e lo stato di salute del paziente, la propagazione dello stesso agli organi contigui o distanti e l’aspetto istologico (il punteggio di Gleason”). La chirurgia radicale consiste nell’asportazione in toto della ghiandola, contrariamente a quando si opera per iperplasia benigna in cui si asporta solo la parte centrale a scopo disostruttivo. Altri trattamenti sono la terapia ormonale antiandrogena, la radioterapia, la chemioterapia, ecc. o una combinazione di queste, a seconda dello stadio della malattia, dell’età e delle condizioni cliniche generali del paziente e degli effetti indesiderati che ciascuna opzione terapeutica per forza di cose può comportare (es. deficit erettile o incontinenza). Una opzione potrebbe essere anche l’osservazione clinica senza alcun trattamento o “watchful waiting”: essendo infatti una malattia tipica di uomini anziani, molti di essi potranno passare a miglior vita per cause naturali senza che il tumore possa causare sintomi.


Il carcinoma della prostata, convegno – Teleregione Barletta

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